“Siccome l’arte del fantasy è sempre stata legata alla narrativa fantasy, determinati scrittori divennero cruciali nel dare forma al genere.”
Questa frase esemplifica il doppio binario su cui scorre questo bellissimo libro edito da Taschen: un saggio, se così si può definire, che ripercorre le tappe evolutive dell’arte dell’illustrazione che ha accompagnato e definito l’immaginario del fantastico letterario (e viceversa).
Non una semplice opera compilativa, ma un viaggio appassionato che rappresenta una totale immersione nelle opere e negli autori/autrici che, dalla fine dell’800 fino ai giorni nostri, hanno contribuito a definire il nostro immaginario, accompagnando le opere letterarie che quell’immaginario l’hanno creato.

Con immagini letteralmente mozzafiato e altre che, viste con occhio contemporaneo, fanno sorridere nella loro ingenuità ma contribuiscono a trasmettere un po’ delle sensazioni e della mentalità dell’epoca, la narrazione precisa di Dian Hanson, asciutta ma non priva di un certo brio di fondo, si unisce a una palpabile passione per la materia trattata.
I testi di Hanson partono dal presupposto che i pittori che dipingevano tele a tema mitologico, (con giganti, draghi, diavoli ecc.) sin dal medioevo e dal rinascimento, non fossero considerabili artisti fantasy secondo l’accezione moderna del termine, in quanto afferivano a un passato mitizzato che consideravano in qualche misura realmente esistito.
Il fantasy, per Hanson, iniziò quando si abbandonò la mitologia per creare l’impossibile, per il gusto di dipingere il fantastico tout court. Un passaggio favorito dall’avvento della fotografia nel 1800, che rese superfluo l’esercizio pittorico di riprodurre in maniera pedissequa una realtà verista e identica all’osservabile. Da qui, la direzione diametralmente opposta precorsa da numerosi artisti, con i conseguenti movimenti dell’impressionismo, dell’art nouveau, del surrealismo. Fino al vero e proprio sottogenere dell’arte fantasy, che a differenza delle precedenti correnti puntava esplicitamente all’aspetto commerciale della vendita di prodotti correlati, fossero essi riviste, libri, album rock/metal, giochi o film.

E proprio in questo si esemplifica il doppio binario da cui siamo partiti: il parallelismo tra le mode e i mezzi espressivi delle opere “di consumo” attraverso le decadi e le necessità comunicative che questi mezzi richiedevano per pubblicizzarsi. Nei primi capitoli, il libro compie un excursus che attraversa oltre un secolo di pubblicazioni e di media, evidenziando come l’evoluzione dei gusti, l’allentarsi o il restringersi delle censure, l’avvento di nuove tecnologie abbiano influito sull’estetica dell’illustrazione del fantastico.
Si parte quindi con l’età dell’oro della letteratura per bambini, dal 1880 al 1914, con i suoi pionieri della rappresentazione iconografica; per poi approdare, con una rapida carrellata, agli anni ’30 e ai magazine Pulp come Weird Tales e Amazing Stories, riviste di storie brevi che spaziavano dal bizzarro, all’orrorifico, alla fantascienza. Un medium che veicolò veri e propri giganti della letteratura immaginifica come Lovecraft, Howard, Ashton Smith e che, a sua volta, richiese copertine ammiccanti ed evocative che potessero attirare i lettori. Copertine che divennero appannaggio di illustratori come J. Allen St. John e Margaret Brundage (con critiche più accese verso quest’ultima, quando si scoprì che l’autrice di immagini così “sconce” era in realtà una donna).

Dopo una breve digressione per definire le differenze contenutistiche tra fantasy e fantascienza, pur nella loro similitudine estetica, Hanson tocca poi il tema della seconda guerra mondiale e di come questa abbia dato la stura all’utilizzo delle pin up in copertina, con le loro generose forme sbattute in prima pagina. Segno di una mutata sensibilità del grande pubblico rispetto a certi temi, dopo che le pin up erano state utilizzate in modo massiccio durante la propaganda bellica, sdoganando poi un loro utilizzo nelle pubblicazioni di largo consumo successive.

Si menzionano poi le illustrazioni, semplici ma iconiche, dello stesso Tolkien a corredo dei suoi romanzi; i comics americani degli anni ’60 nelle pubblicazioni horror come Creepy e Eerie; la successiva psichedelia degli anni ’70, fino al folgorante arrivo della rivista francese Metal Urlant (che poi generò l’ancor più celebre, americana Heavy Metal).
Uno sviluppo dietro l’altro, attraverso le decadi, finché l’evoluzione tecnologica non fece diventare predominante un nuovo medium: il cinema. La produzione di film di successo a tema fantastico portò con sé l’affermarsi dei poster promozionali come nuovo sottogenere dell’illustrazione. Alcuni di essi divennero veri e propri capolavori capaci di lanciare le carriere di artisti come i fratelli Hildebrandt (che realizzarono in sole 36 ore il poster del primo, mitico, Guerre Stellari) o di confermare l’iconicità di altri (come Vallejo).

Dopodiché… si parte con le mini monografie di alcuni dei maggiori artisti del fantasy!
I testi di Hanson, e in alcuni casi di Zak Smith, sono in tre lingue – inglese, tedesco e francese – e ciò consente, oltre a una più agevole comprensione per una platea più ampia (no, niente italiano), di avere anche un maggior numero di illustrazioni a corredo di ogni capitolo/autore. Perché ovviamente, se i testi sono sempre uguali, le immagini no. Il libro offre così una panoramica più ampia a corredo della narrazione.
E a proposito di panoramica, il libro è una vera e propria orgia, una cornucopia, una festosa pletora di dipinti! Alcuni stranoti, altri misconosciuti se non ai più incalliti appassionati. E alcune immagini sono semplicemente emozionanti e incredibili, grazie anche all’elevata qualità della stampa e della carta utilizzata. (Le immagini qui riprodotte le ho prese da internet, non direttamente dal libro, quindi hanno spesso una qualità inferiore).

È una vera goduria immergersi nella lunga teoria delle storie personali dei vari artisti, ognuno con il suo singolare percorso, più o meno agevole, più o meno luminoso; tutti con una specifica individualità e una firma inconfondibile. Ed è a tratti stordente passare, senza soluzione di continuità, da uno stile all’altro.
Capita infatti di lasciare i tetri orrori biomeccanici di Giger per gli sfarzi sognanti e luminosi dei fratelli Hildebrandt. Di perdersi nelle deliranti, oscure e angosciose architetture fumettistiche di Druillet, per poi venir colpiti dall’oscura e iconica carnalità di Frazetta.

E a proposito di iconicità: se le fiabesche e colorate spine di Rodney Matthews o le morbide e sognanti forme di Moebius sono pressoché note anche ai sassi, molto meno lo sono le figure tormentate di Jeffrey Catherine Jones o le opere pittoriche di Sanjulian.
Il bello di questo libro è proprio il suo spaziare da un confine all’altro, e anche oltre; offrendo una veduta d’insieme, se non esaustiva (dove sono le monografie di Gerald Brom, Larry Elmore, Clyde Caldwell, Luis Royo…?), quantomeno vertiginosa dell’evoluzione storica di questa forma – tematica e stilistica – d’arte.

Una veduta d’insieme che non è solo nostalgica contemplazione di un passato mitizzato, ma anzi una viva dissertazione su una materia altrettanto viva, che offre anche preziosi spunti di riflessione contemporanea. Perché in riferimento allo sviluppo tecnologico degli anni duemila, è doveroso notare come molti di questi artisti abbiano dato un’impronta anche agli strumenti digitali usati ora a livello mondiale.
Qui si sta parlando di Boris Vallejo:
“Non solo lavora come una macchina (intendendo qui la sua incredibile capacità di programmare il proprio lavoro in anticipo e di gestirlo con assoluta precisione), ma le macchine vogliono lavorare come lui: i programmi di pittura digitale usati ora dai concept artist di giochi e film sono pieni di filtri e strumenti pensati appositamente per imitare gli scintillanti punti luce, le ombre blu, le curve idealizzate, gli sfondi lontani e fluttuanti e le superfici levigate-ma-specifiche che si possono trovare solo sulle tele dell’eminente Boris.”

Masterpieces of Fantasy Art è innanzitutto una celebrazione della creatività umana, della sua inesauribile vitalità e, per quanto ridondante possa sembrare l’aggettivo, fantasia.
E così come il libro si conclude con lo straordinario Michael Whelan, così io vi lascio con una sua opera.
Alla prossima!
“Senza saperlo, il nostro occhio immagazzina immagini e la nostra immaginazione cerca una chiave”. Druillet
