Fantasy italiano – intervista a Francesco Battaglia

Tra gli eroi – e soprattutto antieroi – tormentati del fantasy ci sono personaggi iconici che si sono impressi indelebilmente nella memoria di chi ha letto le loro vicende. Il principe Elric di Meniboné e il principe Corum di Michael Moorcock (così come tutte le incarnazioni del Campione Eterno), Raistlin Majere dell’epopea di Dragonlance ad opera di Weis e Hickman, il Boromir di Tolkien, il druido Walker Boh di Shannara di Brooks e via discorrendo.

Figure difettate nell’animo o danneggiate nel corpo, che nonostante i loro lati oscuri si fanno carico di fardelli pesanti, intrecciando le loro storie personali con un’impresa più grande di loro.

Walker Boh, copertina originale de Il Druido di Shannara

A questa nobile(?) e ricca schiera si aggiunge l’apostata Malasorte, un chierico rinnegato dal corpo fragile ma dalla volontà di ferro che, per amore, intraprende una spirale oscura in compagnia di personaggi che tutto sono, fuorché buoni.

Nel mio intento di dare un piccolo sostegno agli autori nostrani – e ce ne sono davvero di validissimi! – che in questi anni si stanno rendendo protagonisti di una New Wave of Italian Fantasy Books (per parafrasare un ben più noto movimento musicale inglese), facciamo oggi quattro chiacchiere con Francesco Battaglia. Un autore lombardo indipendente, che con abnegazione e passione sta tessendo i fili del destino di Malasorte!

AZ: Ciao Francesco, partiamo dalla più classica delle domande: come è nato Clericus?

FB: Ciao Alessandro, è nato da un’esperienza di gioco ruolo con un gruppo di amici che mi ha coinvolto (o traumatizzato…?) così profondamente da lasciare un segno perfino nel mio percorso d’autore. Prima di iniziare a scriverlo, avevo già all’attivo alcune pubblicazioni (Saga di Bront e Flint, L’aquila di Kos), più alcuni altri progetti che contavo – e conto ancora – di sviluppare, prima o poi. Eppure, più mi immergevo, attraverso il gioco, nella vicenda di Malasorte, più mi rendevo conto di quanto fosse importante che, come scrittore, io riuscissi a raccontarne la storia. Non tanto per vanità – non sarò né il primo né l’ultimo ad aver trasposto in romanzo, o ad avere tentato di farlo, una campagna giocata –, quanto per urgenza. Uscivo da un periodo molto intenso di studio, formazione e ricerca stilistica, e mi ritrovavo tra le mani un personaggio stratificato e ingombrante: impossibile metterlo da parte. Perciò ho preso un bel respiro e mi sono buttato, consapevole fin da subito di quanto sarebbe stato arduo distillare un anno di sessioni e trasformarle, senza però tradirne lo spirito, in un testo letterario. Ti lascio immaginare le aspettative, così come i timori, dei miei compagni di gioco, dungeon master compreso, nell’affidarmi i loro personaggi.

AZ: Cosa significa per te Malasorte, il protagonista? Ti sei preso molto tempo per esplorare le sue emozioni e le sue sensazioni. C’è qualcosa di tuo in lui?

FB: Come avrai capito dalla mia precedente, significa molto, moltissimo. Non tanto perché lo stimi o condivida ciascuna delle sue scelte (alcune sono proprio infelici…!), ma perché l’esperienza di cucirmi addosso la sua pelle o, per essere più calzante, di indossare la sua maschera, mi ha portato a esplorare per quasi un anno (e non solo durante le sessioni di gioco), le pieghe interiori di un uomo tormentato, ritenuto debole o inetto dai più, ma connotato da una forza d’animo fuori dal comune, oltre che da un livello di introspezione estremamente stratificato: un’esperienza non sempre piacevole, ma decisamente stimolante ai fini della scrittura. Detta così, potrebbe sembrarti una spiegazione freddina, da scrittore raziocinante che ha calcolato ogni cosa, ma non è così: prima di scriverla, ho vissuto questa storia in prima persona; prima di viverla, ho modellato questo chierico “atipico” sull’archetipo di Orfeo, poeta malinconico, amante inconsolabile (tra tutti i miti greci, questo è di gran lunga il mio preferito, e immagino che debba significare qualcosa), mescolandolo, nel contempo, a quello del guaritore-salvatore-martire, che lotta con tutte le sue forze per sconfiggere la morte. Perfino per il nome Malasorte, tanto semplice quanto potente, non ho avuto dubbi o esitazioni: per qualche motivo, mi risuonava già familiare. Perciò, a chiunque mi chieda se ci sia qualcosa di mio in Malasorte – o qualcosa di Malasorte in me – io rispondo sempre così: molto meno di quanto tu pensi, ma molto più di quanto io voglia ammettere.

AZ: Ho molto apprezzato il fatto che, nonostante il cinismo e la durezza del mondo da te creato (mutuato da Dungeons & Dragons, a quanto tu stesso affermi), il libro sia intriso di poesia, di visioni, di trascendenza. Qualcosa che è del tutto assente nella narrativa grimdark e, in generale, in molto del fantasy contemporaneo (strighi famosi inclusi). Personalmente ritengo che la tensione verso l’alto e l’oltre sia un elemento fondante del fantasy. Tu come la vedi?

FB: Ti ringrazio, anche se, a onor del vero, il cinismo, la durezza e il world-building sono stati determinati in gran parte anche dagli amici che, durante le sessioni di gioco, hanno contribuito allo sviluppo dei personaggi e all’avanzamento della trama. E alla visione più ampia del nostro dungeon master che, in fase di progettazione del romanzo, mi ha aiutato a comprendere meglio le ragioni che hanno spinto Jake, Liam e Artorius a maltrattarsi a vicenda. A me, come già ti dicevo, è spettato l’arduo compito di adattare tutto senza tradire nulla, dal più cruciale degli eventi al più marginale dei personaggi (Giazzuffo…). La focalizzazione stretta sul pov di Malasorte, però, mi ha consentito di lasciare fluire abbastanza liberamente tutte quelle stratificazioni psicologiche di cui ti parlavo prima, a cui si sono aggiunte – e, forse, approfondite – le tematiche che giustamente hai notato: peraltro, nei miei libri sono tutte piuttosto ricorrenti. Ammetto che gli elementi lirici e onirici mi hanno sempre affascinato, soprattutto quando si mescolano all’epica: mi piace quando l’azione eroica (o antieroica) di un individuo non sia più soltanto frutto del destino o del libero arbitrio, ma che porti anche con sé l’energia del sogno, della profezia e della catabasi interiore. Così come mi piace pensare che il fantasy possa, molto più di altri generi letterari, aprire porte simboliche – o allegoriche – che si affacciano su quell’altrove metafisico a cui gli uomini, a seconda dell’epoca, hanno presentito, più o meno intensamente, di dover rivolgere la propria attenzione. Da questa tensione verso l’alto – ma che passa dal fondo, come ci ha mostrato Dante Alighieri –, secondo me, ne siamo sempre usciti arricchiti, ma è come dici tu: molti degli autori del panorama fantastico attuale, anche internazionale, oggi si guardano bene dallo schiudere tali soglie! Ciononostante, non so quanto sia il caso di rammaricarsene: dopotutto, la letteratura è pur sempre una fotografia – lo studioso Auerbach la chiamava Mimesi – del proprio tempo. E tanto le zone d’ombra graffiate dal grimdark, quanto la consistente matrice realista che si riscontra in molto low fantasy, credo rappresentino bene le paure e, in definitiva, anche un certo materialismo di fondo che caratterizza questa nostra epoca. Perfino la nostra capacità immaginativa, pur non avendo vincoli di sorta, ne risulta condizionata. Sapere questo ci è molto utile, a mio avviso, per capire, molto meno per scrivere: un autore maturo dovrebbe solo preoccuparsi di sviluppare, adempiendoli fino in fondo, tutti i nuclei fondanti della propria ricerca. Un’opera scritta così – non per moda, non per mercato, non per fare gli alternativi – finirà sempre per inserirsi nel quadro complessivo in modo autentico e originale. Perché lo è.

AZ: Come è nata la collaborazione con l’illustratore Antonello Venditti? L’hai semplicemente contattato per chiedergli di realizzare la copertina? In che modo avete lavorato?

FB: Ebbene sì, l’ho semplicemente contattato e lui… mi ha risposto! In questo senso, Antonello è davvero un grande: non soltanto per il suo talento che, come artista e illustratore, credo sia evidente a tutti. Ciò che mi ha colpito di più di lui è stata la semplicità, gentile ma schietta, spoglia di ogni ego, con cui si è rapportato con me dall’inizio alla fine della nostra collaborazione, ascoltando e documentandosi in base alle mie esigenze; nella composizione, è stato incisivo e ispirato; e quando gli ho fatto presente la necessità di rivedere e modificare alcuni elementi dello sfondo, è intervenuto con prontezza e visione d’insieme. Quanto alla resa di Malasorte, la cover parla da sé! Ricordo ancora la mia iniziale preoccupazione al riguardo, e Antonello, che già sapeva – già vedeva – il risultato finale, mi rassicurava dicendomi: “Verrà bene”. Senza contare tutta la competenza da lui maturata nel settore editoriale: lavorare con un professionista che conosce esattamente ciò che ti serve e come sarà utilizzato, e che ti accompagna, supportandoti, nell’intero processo, è stata un’esperienza estremamente positiva, anche a livello umano. Spero di avere ancora l’onore di lavorare con lui, quando sarà il momento di realizzare la cover del mio prossimo titolo.

Antonello Venditti Artstation

AZ: Ho visto che hai ultimato la stesura del secondo volume. Hai già in mente la durata complessiva della saga (se di saga si tratta)? Sai già come andrà a finire o lo stai scoprendo man mano che scrivi?

FB: Ebbene sì, l’ho finito, ma quanto è stata dura! Quando ci ho messo mano, ero appena tornato dal Festival dell’Unicorno (luglio 2024), dove ci siamo conosciuti. Sapevo già che la prima stesura mi avrebbe portato via molto tempo, ma non pensavo si protraesse per quasi due anni. A ogni modo, contando anche questo secondo volume – ancora lontano dall’essere pronto per la pubblicazione –, siamo esattamente a metà del progetto: se le cose vanno come penso, il ciclo di Malasorte conterà quattro volumi. Ti dico già che la pianificazione è piuttosto attendibile: prima di iniziare a scrivere Anime nere, avevo preparato una scaletta generale per l’adattamento dell’intera campagna; poi, per ogni romanzo da scrivere, procedo a sviluppare un’ulteriore scaletta, più mirata e con maggiori dettagli, fondamentale per indicarmi la strada maestra, ma sempre sufficientemente flessibile, così da non precludermi il piacere (o la necessità) di modificare o approfondire all’occorrenza. Quindi sì, so esattamente dove si andrà a parare, come finirà, e so già quali saranno le scene più belle o più dolorose da scrivere (e da leggere…), ma ciò non mi impedisce di godermi il viaggio e l’avventura per arrivarci, e attraversarle.

AZ: Noi infatti ci siamo conosciuti al Festival dell’Unicorno a Vinci, io ero allo stand condiviso con altri autori/autrici della mia casa editrice (la PAVedizioni) e tu nel tuo stand privato. Come vivi la promozione da autore indipendente? Gioie e dolori?

FB: Il Festival dell’Unicorno, quanti bei ricordi… e tra i più gradevoli non può mancare, ovviamente, anche la nostra chiacchierata mattutina al b&b, mentre banchettavamo con i manicaretti della signora Raffaella! In generale, ritengo che tutta l’esperienza sia stata positiva, anche se, come potrai immaginare, è stato molto impegnativo organizzare e gestire tutto in autonomia… Fortuna che con me ci fosse un amico, ad aiutarmi in quei giorni di fuoco! La via del selfpublishing è così: da un lato ti offre libertà e controllo creativo totale ma, dall’altro, ti impone di procedere con ancora più precisione e disciplina in fase di pubblicazione; infine, esige da te un ulteriore sforzo (anche fisico…) per la promozione sul campo, attraverso la partecipazione alle fiere di settore. Tutto ciò, naturalmente, porta i tempi a dilatarsi e le energie a diminuire, senza contare che, da dieci anni a questa parte, il mio lavoro primario rimane sempre quello dell’insegnante di Lettere. Un mestiere che svolgo con impegno e passione, ma che mi assorbe parecchio; perciò, scelgo sempre con attenzione gli eventi a cui presenziare, con la consapevolezza che, con ogni probabilità, saranno pur sempre troppo pochi. Ci sono giorni in cui penso che, se non avessi scelto questa modalità di editoria, sarei forse riuscito a scrivere qualche romanzo in più; lo avrei fatto con maggiore leggerezza e, magari, anche divertendomi, ma sarei maturato meno, o più lentamente. Quindi va bene così: anche perché, le rare volte in cui ho potuto gettarmi nella mischia, ne sono sempre uscito rincuorato dall’entusiasmo dei lettori, nonché dalla stima di svariati colleghi di penna. I numeri da best-seller rimangono miraggi, ma la sensazione di essere parte attiva, e valida, di un movimento letterario, quello del fantasy italiano, è reale. E di questo posso solo essere grato a chi mi legge, e sostiene, nonostante l’inevitabile lentezza, “intermittenza” o marginalità con cui i miei titoli raggiungono il pubblico.

AZ: Immagino che, nel tuo ruolo di insegnante, cercherai di trasmettere ai tuoi studenti la tua passione per la narrativa e per il significato delle parole. Scrivere romanzi ti ha aiutato in questo senso?

FB: Ci provo ogni giorno, dal primo giorno! Diciamo che, fin dai tempi dell’università, mi sono sempre immaginato così: sia insegnante che scrittore. Allora, l’immagine era alquanto suggestiva, adesso molto meno: forse perché ho capito che, per svolgere al meglio queste due professioni, entrambe letterarie, ma differenti tra loro, occorre avere un giusto equilibrio, cioè tracciare dei sani confini per non generare confusione… Immagino che anche tu, che svolgi un importante ruolo da doppiatore, capisca bene cosa intendo. Ciò non toglie che, negli anni, le mie lezioni di letteratura abbiano ugualmente appassionato diversi miei studenti o colleghi, al punto da spingerli a leggere i miei romanzi; o, viceversa, che alcuni autori che stimo mi abbiano chiesto – e chiedano tuttora – i miei “scolastici” riscontri di lettura ai loro testi in via di pubblicazione. Mi è anche capitato, in passato, di fare da ponte tra i due mondi, proponendo ai miei studenti la lettura di romanzi fantasy scritti da autori nostrani (mai i miei!), che poi ho invitato a scuola, per integrare (e ravvivare) le programmazioni di classe. Quindi, che questa duplice scintilla attorno alla mia persona si percepisca, e che per qualcuno costituisca un valore aggiunto, non lo metto in dubbio: qualunque lezione risuona più vera e credibile, quando a tenerla è un addetto ai lavori. Che non ha, né avrà mai, la verità in tasca, ma le mani sporche d’inchiostro, e la testa piena di storie, questo sì. E tanto basta.

AZ: Grazie per il tuo tempo, Francesco, e in bocca al lupo per il secondo capitolo di Clericus!

FB: Grazie a te Alessandro, sia per l’ospitalità che per l’entusiasmo con cui hai accolto l’avventura di Malasorte. E tieniti forte per il secondo volume: sarà un vero Rogo d’Anime!

Clericus è un romanzo sentito, a tratti sofferto, ben scritto (cosa non da poco) e che non rinuncia a concedere un’ampia dose di sano intrattenimento, chiaro retaggio delle sessioni di gioco da cui è nata l’opera. Il protagonista appartiene a un ordine di chierici dediti unicamente a curare gli altri, spesso a scapito della propria salute fisica, e che per questo sono da sempre contesi sia dalle forze del bene sia da quelle del male, spremuti senza alcun riguardo da eserciti che marciano in guerra l’uno contro l’altro. Un punto di partenza obliquo rispetto a un confronto manicheo di luce contro tenebre, a cui si aggiunge l’ulteriore stortura di un personaggio lacerato, che pur sporcandosi l’anima con le sue scelte riesce in qualche modo a restare il più fedele possibile alla sua vera natura.

Nessuno può sapere se, con il tempo, Malasorte riuscirà a librarsi nell’Olimpo dei personaggi tormentati citati a inizio articolo, ma di sicuro possiede tutte le qualità necessarie per rimanere impresso nei ricordi di chi leggerà le sue vicende.

Alla prossima!

Pubblicato da Alessandro Zurla

Nato a Bologna nel 1982, Alessandro Zurla inizia a studiare recitazione nel 2002. Trasferitosi a Milano, da vent'anni occupa il tempo doppiando cartoni animati, telefilm, film e videogiochi (Dragon Ball Super, Alan Wake, Jeanne Du Barry, Hunger Games e tanti altri...), partecipando a progetti teatrali di varia natura e nutrendosi avidamente del fantastico in ogni sua forma. Ha collaborato come articolista sul sito hyperborea.live unendo la passione per la musica Heavy Metal con quella per la letteratura fantasy. Per PAV Edizioni pubblica il romanzo "Il Velo di Estia" nel 2023, per DelosDigital pubblica l'e-book "Le Cronache del Lupo" nel 2021, cui è seguito "Le cronache della Tigre" nel 2024. Dal 2017 collabora con il musicista Michele Bacci nel progetto Dantemotivo, uno spettacolo che trasporta l'Inferno di Dante nel mondo cinematografico attraverso voci e musica. Ama fare lunghe passeggiate immerso nella natura.

Lascia un commento