Cattivik – un ricord’, un ritorn’

Di solito non mi occupo di argomenti “di tendenza”, scavo nelle pieghe del dimenticato o del poco battuto per ripescare questa o quella chicca, che si tratti di musica, fumetti, librigame o altro.

Però, a questo giro, non posso esimermi dall’approfittare dell’uscita della (ottima) grafic novel dedicata a Cattivik per il sessantesimo anniversario del personaggio. È vero che ne sta parlando un sacco di gente, e per fortuna, in una sorta di fuoriuscita dell’underground dalle cloache fognarie, ma è anche vero che io, con Cattivik, ci sono cresciuto e come me un paio di generazioni di ragazzotti/e.

In questa sede non mi dilungherò sulla genesi del personaggio, nato dalla fervida mente del Bonvi e poi annaffiato e coltivato con amore da Silver, né sulla parabola discendente che lo vide pian piano scomparire dai radar, con sommo disappunto innanzitutto di chi, con quel personaggio, aveva costruito una carriera artistica e professionale (come lo strepitoso Massimo Bonfatti). Sono tutte informazioni facilmente reperibili sull’internet. Vorrei invece spendere due parole su cosa abbia significato quel piccolo criminale incallit’ e incapac’ per tanti aspiranti menti immaginifiche come la mia.

Che cos’aveva di così speciale Cattivik?

Ben più di un paio di assi nella manica, con qualità che andavano persino oltre il fumetto in sé, ma erano da ascrivere alla rivista su cui usciva, vero e proprio contenitore delle meraviglie/schifezze per un quindicennio.

Il fumetto Cattivik aveva una folgorante comicità slapstick, una sorta di estremizzazione degli schemi di Willie Coyote: con sbudellamenti, stritolamenti e, in generale, un simpatico sadismo che gli autori mettevano in atto ai danni del nostro, spesso rompendo la quarta parete e rendendo Cattivik autocosciente del suo essere un fumetto in balia di mani umane appartenenti a un altro piano di esistenza. Mentre nel suo, di mondo, per quanto si sforzasse di essere cattivo, il ladro in calzamaglia puzzolente risultava sempre meno nocivo della gente ” per bene” che incontrava, perennemente destinato alla sconfitta ma determinato a ricominciare ogni notte per un altro giro di mirabolanti imprese (fallite).

Dalle pagine di Cattivik si respirava e si toccava il putridume grottesco e maleodorante che parodiava le nostre metropoli italiote, si godeva dei funambolismi linguistici di autori quasi sempre ispirati e divertiti, e si assaggiavano le prime incursioni nella critica sociale contro improbabili personaggi dello spettacolo, della politica e in primis contro i modelli stereotipati della variegata fauna umana che era possibile incontrare tutti i giorni per le strade. Fumetto di intrattenimento, sì, ma con una vena pulsante di autorialità autoironica e tagliente.

Storie geniali scritte da gente come Maselli, Casty e anche Burattini, che potevano includere episodi articolati come veri e propri librigame oppure saghe che si dipanavano a distanza di anni con il ritorno di personaggi che già si erano visti, ad esempio Battista il collezionista o la stuccevole coppia degli innamoratini (episodio immancabile del numero di febbraio di ogni anno). Una narrativa in continua evoluzione, con lo sviluppo di un protagonista/antagonista imprescindibile, cioè il ragionier Solitomino (ben più che una semplice spalla, uno specchio fantozziano di un certo tipo di italiano medio), e con l’aggiunta di amici e nemesi che aumentavano man mano che i numeri andavano avanti. Un’evoluzione che procedeva di pari passo con il mutamento stilistico nella rappresentazione grafica di Cattivik, da peperone in mano a Bonvi, a castagna cicciotta, a melanzana allungata nell’ultimo periodo.

Un fumetto in cui brillava una stella assoluta del fumetto comico come Bonfatti, uno che era in grado di realizzare storie epocali composte unicamente da vignette tutte nere o tutte bianche, con l’escamotage narrativo di un black out e di una nevicata; oppure costituite da un unico disegno in splash page per un totale di una dozzina di tavole, da mettere in fila per ottenere una sorta di rotolone di carta igienica su cui ammirare il dipanarsi dell’ultima creazione meccanica di Cattivik per rapinare il Solitomino senza nemmeno alzarsi dalla poltrona della sua fogna/casa.

Piccoli grandi colpi di genio, che punteggiavano di momenti esaltanti il comunque piacevole rito di tornare ogni volta a immergersi in un mondo lurido ma accogliente, pieno di gente strana e in qualche modo a noi affine.

Si diceva infatti che la bellezza di Cattivik non stava solo nel fumetto in sé, bensì in tutto il corollario che accompagnava il protagonista della testata, corollario che andava a costituire un vero e proprio universo di carta cui partecipava “un sacco di mostri” (cit.). Personaggi memorabili, tipo Zompi di Gigi Simeoni, l’Omino Bufo di Alfredo Castelli (cui si affiancò anche il Buon Vecchio Martin Mystere Bufo); inserti deliranti come Carta Sprecata di Disegni e Caviglia (con le continue incursioni dello Scrondo), il dizionario degli insulti, i test di personalità a risposta multipla. Tutte rubriche che si sono susseguite negli anni e che hanno contribuito a mantenere sempre fresca la lettura di ogni numero, una realtà familiare eppure in continuo mutamento.

Soprattutto, credo che mai come in Cattivik sia esistita una comunità attiva di lettori e lettrici che scrivevano e inviavano disegni e idee. In un’epoca in cui per dei bambini e dei ragazzini di dieci o quindici anni era addirittura possibile far pubblicare il proprio indirizzo sulla rivista per cercare amici di penna, non sorprendeva leggere storie personali che andavano dai semplici problemi adolescenziali a situazioni più complesse. Una comunità viva e appassionata, che scriveva e si scriveva con divertimento, con il consapevole piacere di condividere il gusto per il grottesco e l’underground, senza che questa parola significasse essere snob.

Era questa rete pulsante di umanità a rendere vivo e ricco Cattivik, un fumetto già di per sé unico e straordinario. Non a caso, quando questo universo accessorio (che accessorio non era) cominciò a scemare portando con sé nell’oblio le varie rubriche, gli altri personaggi, le iniziative di rinnovamento, questa rete umana è venuta pian piano a mancare, accompagnando il declino di un fumetto che nella sua ultima incarnazione, quando cambiò formato diventando in tutto e per tutto uguale a una rivista, arrivò a presentare una sola storia inedita per numero a fronte di due ripubblicazioni già uscite in passato.

Un malinconico e lento stillicidio, che fece trasudare il malcontento non solo nelle pagine della posta dei lettori, ma addirittura nelle stesse copertine di Bonfatti, che cominciò a inserire critiche nelle illustrazioni della testata.

Da allora, da quel lontano 2004 in cui terminarono le uscite, più nulla o quasi, solo qualche sporadica apparizione sulle pagine del più fortunato Lupo Alberto (l’altra creatura di Silver).

È per questo che l’arrivo della Novell’ Grafik’ edita da Gigaciao, ad opera di La Neve e Spugna, è stata per me un fulmine a ciel sereno. Mi sono precipitato a comprarla non appena ho saputo della sua esistenza, con un misto di timore e curiosità. Non mi aspettavo granché, sono sincero, perché ben difficilmente le operazioni di “ammodernamento” di un linguaggio decontestualizzato dalla sua epoca funzionano bene, così come una mera operazione nostalgia in genere fatica a ricreare la stessa magia di un tempo.

Eppure… il miracolo è avvenuto!

In questa nuova incarnazione di Cattivik tutto, e dico tutto, funziona come non avrei mai osato sperare. Il gusto fognario per il zozzume, la critica alla società in cui viviamo (senza che questa diventi una lezioncina pedante o spocchiosa), il sadismo nell’infierire sul buon vecchio criminale sfigato, il ritorno di personaggi storici, i disegni grotteschi e dettagliati.

Soprattutto, ed è la cosa più incredibile, sono tornato a respirare quell’aria di fumetto underground che però non si fa di nicchia, bensì comunità rispettosa e appassionata di ciò che è “altro”.

Cattivik è stato un personaggio iconico e un pezzo di cuore per molta gente, e ritrovarlo così, oggi, in mano ad autori giovani che sono stati in grado di capirlo e riproporlo senza snaturarlo ma anzi divertendosi a giocare con lui (e il divertimento è percepibile) è abbastanza da farmi scendere una lacrimuccia. Anche per quello che significa per il mondo del fumetto nostrano.

Un applauso e un grazie.

Alla prossima!

Pubblicato da Alessandro Zurla

Nato a Bologna nel 1982, Alessandro Zurla inizia a studiare recitazione nel 2002. Trasferitosi a Milano, da vent'anni occupa il tempo doppiando cartoni animati, telefilm, film e videogiochi (Dragon Ball Super, Alan Wake, Jeanne Du Barry, Hunger Games e tanti altri...), partecipando a progetti teatrali di varia natura e nutrendosi avidamente del fantastico in ogni sua forma. Ha collaborato come articolista sul sito hyperborea.live unendo la passione per la musica Heavy Metal con quella per la letteratura fantasy. Per PAV Edizioni pubblica il romanzo "Il Velo di Estia" nel 2023, per DelosDigital pubblica l'e-book "Le Cronache del Lupo" nel 2021, cui è seguito "Le cronache della Tigre" nel 2024. Dal 2017 collabora con il musicista Michele Bacci nel progetto Dantemotivo, uno spettacolo che trasporta l'Inferno di Dante nel mondo cinematografico attraverso voci e musica. Ama fare lunghe passeggiate immerso nella natura.

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