Una serata molto TRVE
Vado a concerti metal dal lontano 2002, quando presi una tenda e mi avventurai da Bologna in quel di Monza per il Gods of Metal (e mi ritrovai a ospitare sotto il mio “tetto” un paio di ragazzi sardi conosciuti in loco). Ma fino a oggi non mi sono mai dedicato a scrivere un resoconto di un festival/concerto/evento o quello che è.
Per il mini festival Battlefield del 21 agosto al Circolo Magnolia di Novegro ho deciso di fare un’eccezione; sarà che le band presenti sono tutte dedite a un metal epico che ben si addice all’immaginario Sword & Sorcery di cui parlo così spesso o sarà che, semplicemente, la serata è venuta fuori particolarmente bene.
Come detto, si è trattato di una serata molto “true”, in una location, il Circolo Magnolia, che si conferma come un porto sicuro per un intrattenimento di qualità a dimensioni umane: con gli spazi giusti, alberi, banchetti con merchandising e i libri dei ragazzi della Tsunami Edizioni, zona ristoro in un clima sempre gradevole ecc.
Ecco, dal punto di vista meteorologico il clima non è che sia stato proprio il massimo, ma assistere a un concerto metal sotto la pioggia fa molto defender, quindi ci sta.
La giornata non è partita bene. Avevo preso il biglietto mesi fa sul sito della DICE, piattaforma che dovrebbe consentire di evitare il secondary ticketing generando il biglietto il giorno stesso dell’evento, indipendentemente da quando lo si compra. Ma la mattina del concerto, quando faccio per scaricare la suddetta app per generare il biglietto, scopro che il mio cellulare non è compatibile e non la supporta. Peccato che l’unico modo di visualizzare il biglietto sia proprio attraverso l’app! L’assistenza mi assicura che al locale mi faranno passare lo stesso con il mio nominativo, anche senza QR code da esibire, ma finché non ho ricevuto il fatidico timbro sul polso ho temuto di aver preso una sonora fregatura.
DRAKKAR
Così non è stato, per fortuna, e alle 18:25 precise entro nell’area concerti, proprio quando i Drakkar aprono le danze spaccando il minuto.
Conosco ormai da anni Dario Beretta, chitarrista fondatore della band, avendo collaborato con lui al doppiaggio di parecchi videogiochi, inclusi gli ultimi capitoli della serie Mortal Kombat (l’ho anche intervistato tempo fa, qui). Oggi lo vedo tutto concentrato e felice sul palco, mentre sciorina abilmente riff e assoli e ogni tanto armeggia con la cinghia della chitarra che ha deciso di non stare al suo posto. Anche lui mi vede alle transenne e sorride. La band è bella compatta e i pezzi power scorrono che è un piacere. Run with the Wolf, Eridan Falls, Knife in the Dark e le altre canzoni coinvolgono un pubblico che, nonostante la pioggia, è già bello numeroso e partecipe. Il cantante Davide Dell’Orto ringrazia sentitamente e non si risparmia con gli acuti e con la grinta.
Poco il tempo a disposizione, una mezz’ora, ma sulle note di Dragonheart (dal disco d’esordio) i Drakkar si congedano visibilmente soddisfatti e contenti. Aprire un festival non è mai un compito facile, specialmente se dopo saliranno sul palco vecchie glorie leggendarie, musicisti con i quali tutti siamo cresciuti e che hanno formato il nostro immaginario musicale. Nel caso dei Drakkar, la missione è riuscita in pieno!

ROSS THE BOSS
Cambio palco rapidissimo (sarà così per tutto il festival) e già appare la figura appesantita del mitico Ross the Boss, ex chitarrista dei Manowar dei tempi d’oro. Dall’altro lato del palco adocchio a sorpresa un altro volto noto: il bravissimo Dirk Schlächter, già bassista dei Gamma Ray.
La scaletta è interamente dedicata ai vecchi classici dei Manowar, e in una giornata dedicata al metal più “true” mai scelta fu più gradita. Kill with power, Sign of the Hammer, Thor (the Hammerhead), Black Wind Fire and Steel, Battle Hymn e compagnia scatenano un putiferio. Sono tanti anni che i Manowar non toccano più il suolo italico, tra polemiche varie, e questa è l’occasione giusta per godersi questi capolavori suonati da chi li ha scritti nei lontani anni 80. Il cantante Marc Lopes è scatenato e sugli acuti (innumerevoli, prolungati e feroci) ricorda il ben più noto Eric Adams, mentre Ross the Boss non ha perso il suo tocco semplice ma efficacissimo. La conclusiva Hail and Kill suggella un concerto al fulmicotone, un puro concentrato di testosterone al servizio del divertimento, che incendia i presenti e rende la vita difficile a chi verrà dopo.

VIRGIN STEELE
Inutile girarci attorno: al Battlefield sono andato principalmente per loro, i Virgin Steele. Anzi per lui: David DeFeis (intervistato tempo fa qui). E dico per lui perché ormai della storica band americana, autrice di alcune delle pagine più belle della musica dura e capace di generare in un nutrito numero di fan un amore sconfinato, non resta che il fondatore, il tastierista/cantante che tante emozioni ha regalato nei decenni passati.
Niente Edward Pursino alla chitarra, infatti, e alla batteria un giovane turnista purtroppo infortunato a una gamba (cosa che penalizzerà la resa dei pezzi più tirati eliminando di fatto la doppia cassa e impedendo anche l’utilizzo del charleston). Unica presenza fissa da anni Josh Block alla chitarra, e Lynn Marie Delmato, che dal vivo si occupa delle tastiere in modo che il buon David possa concentrarsi solo sulla voce; impresa, ahimè, ormai abbastanza ardua.
I suoni risulteranno i peggiori del festival, con le chitarre piuttosto impastate e le tastiere relegate poco più che a sottofondo. Cionondimeno il concerto è stato portato a casa, e non senza episodi coinvolgenti, come l’intro accennata di Prometheus, la blueseggiante Snakeskin Voodoo Man (la canzone meglio eseguita del lotto) e sprazzi fiammeggianti dei tempi che furono che sono emersi qua e là.
Scaletta breve ma intensa, in linea con la serata: brani da Invictus, tra cui l’eponima canzone, e da House of Atreus, più l’immancabile (ma vocalmente irriconoscibile) The Burning of Rome. Assenti del tutto i brani della discografia più recente; di fatto, il pezzo più “nuovo” è By the Hammer of Zeus and the Wrecking Ball of Thor, da Black Light Bacchanalia, disco che si può considerare per certi versi l’ultimo vero album del gruppo.
Cosa resta dei Virgin Steele oggi?
Frammenti, ricordi e attimi fuggenti in cui il leone torna (quasi) a ruggire, per poter sognare e cantare insieme per poco tempo pezzi immortali intrisi di poesia e forza. La possibilità di vedere DeFeis che sorride, ancora fisicamente in forma, e si dimostra come sempre disponibilissimo verso i fan, che lo amano comunque, anche se la sua voce è diventata simile a uno spettro che si aggira sul palco come un’ombra del Tartaro (ben diversa da quella che sentii per la prima volta proprio al Gods of Metal del 2002).
Forse il commento più appropriato l’ho sentito da un tizio alle mie spalle che, al termine dell’esibizione, conscio che i vecchi tempi non torneranno più ma che David ha dato tutto quello che ormai gli rimane, ha detto: “Va bene così.”
Sì, va bene così; perché a differenza delle ultime, a tratti imbarazzanti, uscite su disco (con scelte produttive incomprensibili), sul palco almeno una parvenza di band c’è e la carica umana di David è sempre palpabile.


BLIND GUARDIAN
Tempo degli headliner, i teutonici Blind Guardian, che attaccano alle 22:00 precise sulle note di The Ninth Wave (anche se io ho abbandonato la transenna per accalappiare una foto con DeFeis a bordo palco).
Suoni molto migliori e la band super in palla, con un Hansi Kursch che, forse complice il tempo inferiore concesso rispetto a un normale concerto dei Blind Guardian, non si risparmia e urla come un dannato per un’ora e mezza. Le basse risultano piuttosto tagliate, ma il timbro del bardo è sempre riconoscibile, così come la sua simpatia. Potente e precisa la batteria di Ehmke, mentre la coppia di chitarre di Olbrich e Siepen mi è sembrata particolarmente ispirata.
Nightfall viene introdotta dal cantante come “la canzone di Milano”, perché i cori del pubblico italiano su questo pezzo sono sempre stati talmente entusiasti da aver spinto la band a inserire in ben due album dal vivo le versioni registrate all’Alcatraz di questo brano.
In effetti, rispetto alle date tenutesi nel club al chiuso, qui il concerto risulta lievemente meno spettacolare (complice anche forse il fatto che si tratta della seconda data del tour a una distanza relativamente breve dall’ultima calata italica); ma di certo non è meno infuocata la risposta del pubblico. I due pezzi estratti dall’ultimo, ottimo, album sono belli tirati (Blood of the Elves e Violent Shadows); mentre A Past and Future Secret, Lost in a Twilight Hall, Mirror Mirror, per non parlare della conclusiva Valhalla, travolgono il Magnolia e fanno elevare al cielo notturno centinaia di voci divertite ed esaltate.
Perché un concerto dei Blind Guardian è sempre un’occasione speciale per ritrovarsi e sfogarsi con gioia sulle ali della fantasia; è come ritrovare dei cari vecchi amici, che sanno sempre come tirarti su il morale. Si tratta di un’atmosfera particolare che in tanti anni ho riscontrato solo ai concerti degli Iron Maiden, la sensazione di ritrovarsi in una calda famiglia accogliente che ti scalda il cuore per un paio d’ore, tra qualche volto noto e tanti sconosciuti. Tutti uniti dallo stesso sorriso stampato sulla faccia.

Tirando le somme, un bellissimo festival dedicato alle sonorità più affini all’immaginario dello Sword and Sorcery e del fantasy, senza altri inutili orpelli accessori. Metal verace e suggestioni immaginifiche. E tanto basta.
Speriamo in una nuova edizione!
Alla prossima!
