Borgman – la mitologia dell’attesa

Aah, la trappola della narrazione nostalgica è sempre dietro l’angolo.

La mia recente (ri)visione di questa serie cyberpunk di fine anni ’80 inizio ’90 offre il trampolino per una piccola riflessione.

Innanzitutto, per chi non sapesse cosa fossero i Borgman, basta dire che si tratta di cyborg in armatura costretti, loro malgrado, a utilizzare i loro corpi modificati per combattere creature demoniache provenienti da un’altra dimensione. Quattro meteoriti caddero su Tokyo alla fine del XX secolo, radendola al suolo. 30 anni dopo i demoni – gli yoma – stanno cercando di far precipitare un quinto meteorite su Megalocity, la nuova Tokyo, per portare sulla Terra il loro re.

Durante la serie di 35 episodi i tre protagonisti, Ryo, Chuck e Anice, guidati dalla scienziata Memory, devono proteggere i bambini della scuola in cui sono insegnanti mentre sconfiggono demoni tra le rovine della città vecchia e le bellezze di quella nuova. Fino a che, ovviamente, un secondo giorno del giudizio cadrà su tutti loro, portando alla luce antichi segreti e vecchie ferite.

Questa in soldoni la trama, ma non è dell’anime in sé che voglio parlare, quanto piuttosto del modo in cui è arrivato in Italia e, conseguentemente, in casa mia.

Il mio primo incontro con i Borgman risale alla storica videoteca Balboni, in via Saragozza a Bologna; un posto magico in cui si poteva trovare ogni sorta di chicca cinematografica (specialmente horror) e, udite udite, anime!

Oggi giorno non sembra una notizia eclatante, quest’ultima, eppure al tempo era raro mettere le mani su videocassette di cartoni giapponesi, a meno di non convincere ogni volta i propri genitori a spendere 39,900 lire a scatola chiusa, senza sapere se il costo valeva il nastro. In quella cornucopia di separé colorati che era il videonoleggio Balboni, il me bambino di otto, dieci, dodici anni faceva spaziare lo sguardo tra le scaffalature tappezzate delle copertine di VHS di Mazinga e Getta Robot, Akira e un po’ tutta l’animazione cyberpunk dell’epoca. E qui arriviamo ai Borgman 2030, nello specifico al film conclusivo della saga: The Last Battle.

La trama del film si svolge anni dopo la fine della serie regolare, di cui all’epoca non conoscevo nemmeno l’esistenza. I protagonisti sono alle prese con le loro vite, tutti e tre cercano di andare avanti dopo i traumi della guerra che si sono lasciati alle spalle, ma qualche strascico rimane. Niente demoni stavolta, solo uno scienziato deviato che tenta di deformare il concetto di fusione tra uomo e macchina. Proprio il fatto di avere corpi fatti di circuiti e metallo è tutt’altro che motivo di vanto per i Borgman che, anzi, non vedono l’ora di poter dimenticare di essere cyborg e di vivere come esseri umani normali.

Il taglio di The Last Battle è tipico delle produzioni fantascientifiche giapponesi di quel periodo: crudo, metropolitano, freddo eppur non privo di un certo calore umano dovuto all’artigianalità e alla cura dell’animazione (niente computer grafica).

L’intero film ha un tono “in minore”, non ci sono particolari climax né scene apocalittiche. Su tutto domina un senso di maturità: nei dialoghi quotidiani, nel ritmo che non ha bisogno di essere incalzante per tenere vivo l’interesse. Mi piacque moltissimo, sia per lo stile grafico di personaggi e armature – queste ultime si vedono per poco tempo – sia per il taglio molto adulto, senza che questo significasse pestare sul pedale della cattiveria.

Ma perché questo articolo? Qual è il senso di questo excursus?

Il tutto sta nei titoli di coda.

Al termine del film, durante i crediti, si vedevano scene tratte dall’allora sconosciuta serie animata Borgman 2030 (cui appartengono tutte le immagini in questa pagina). Le scene erano rese ancor più suggestive dalla musica che le accompagnava, coprendone i suoni e le voci originali in una sorta di AMV.

Le scene erano intense, suggerivano battaglie epiche e momenti ad alto tasso di drammaticità. Venivano mostrati personaggi ignoti che promettevano grandi cose e il tutto, nella mia immaginazione, assurse le proporzioni di un tesoro misterioso su cui chissà se mai avrei potuto un giorno mettere le mani e gli occhi.

Ci vollero anni, in effetti, perché la benemerita Yamato Video portasse in Italia la serie in VHS e non nascondo che, in un primo momento, alcune delle scene che avevo atteso per tanto tempo mi delusero un po’ per via del tono meno cupo che avevano rispetto al film. Certo, il dramma c’era, e risulta ancor più evidente oggi con la maturità necessaria a scindere la forma dal contenuto e ad apprezzare e contestualizzare un’opera in base alla sua epoca.

Il punto è che quel senso di attesa protratto negli anni ha ingigantito le suggestioni che quelle scene, o meglio l’aspettativa di quelle scene, hanno lasciato nella mia mente e nel mio spirito. Risiede qui il fascino della distanza e la mitologia dell’attesa: il senso di tutto questo articolo.

Spulciando di nascosto tra gli scaffali di Balboni immaginavo come potessero essere alcuni dei cartoni animati che all’epoca non mi era permesso vedere (in una nicchia c’erano addirittura hentai come High School Invasion e Urostukidoji). Le singole immagini sul retro degli OAV mi lasciavano speculare su battaglie immaginifiche e su emozioni irraggiungibili; perché proprio di questo si trattava, della potenziale irraggiungibilità, della distanza.

Lo stesso poteva dirsi dei fotogrammi trovati nelle sporadiche riviste di anime del tempo, che ritraevano magari Akira Fudo volare con ali di pipistrello tenendo in braccio una nuda Miki Makimura, o un uomo/maiale pilotare un biplano rosso. Le quarte di copertina delle VHS di Balboni facevano speculare su contenuti arditi, proprio come i titoli di coda di The Last Battle crearono una mitologia inafferrabile, riferita a una serie che magari nel lontano Giappone conoscevano già tutti. Un senso di distanza. Un senso di grandezza. Un’attesa che sedimentava.

La meraviglia del giorno d’oggi è la possibilità di rintracciare praticamente qualsiasi cosa con il minimo sforzo e la minima (o nessuna) spesa; basta pensare ai recuperi in blocco di intere discografie di gruppi che non si conoscono. Ci si concede il gusto di scoprire come finiva una serie, di recuperare un titolo misconosciuto, di comprendere meglio il lavoro di un artista perché lo si può rivedere tutto in una singola sessione immersiva… Una miriade di opere, un oceano di possibilità: immediate, comode, accessibili.

Eppure quel senso di distanza dei giorni passati contribuiva a dare spessore a ciò che si desiderava vedere; arricchiva il sapore, enfatizzava le delusioni, riduceva la capacità di essere neutrali e di ragionare a mente fredda perché l’impatto emotivo risultava maggiore.

Per chi di noi è un pelo più âgée forse la gioia più grande di recuperare adesso tanti misteri irrisolti, di svelarli una volta per tutte, risiede proprio nel fascino che ha avuto su di noi l’attesa, quella distanza che ai tempi sembrava incolmabile, leggendaria. E che contribuiva, con la sua difficoltà, con la persistenza di singole immagini restituite sul retro di VHS o tra le pagine di riviste, a creare vere e proprie mitologie immaginarie.

Alla prossima!

P.S: la serie comunque è bella! 🙂

Pubblicato da Alessandro Zurla

Nato a Bologna nel 1982, Alessandro Zurla inizia a studiare recitazione nel 2002. Trasferitosi a Milano, da vent'anni occupa il tempo doppiando cartoni animati, telefilm, film e videogiochi (Dragon Ball Super, Alan Wake, Jeanne Du Barry, Hunger Games e tanti altri...), partecipando a progetti teatrali di varia natura e nutrendosi avidamente del fantastico in ogni sua forma. Ha collaborato come articolista sul sito hyperborea.live unendo la passione per la musica Heavy Metal con quella per la letteratura fantasy. Per PAV Edizioni pubblica il romanzo "Il Velo di Estia" nel 2023, per DelosDigital pubblica l'e-book "Le Cronache del Lupo" nel 2021, cui è seguito "Le cronache della Tigre" nel 2024. Dal 2017 collabora con il musicista Michele Bacci nel progetto Dantemotivo, uno spettacolo che trasporta l'Inferno di Dante nel mondo cinematografico attraverso voci e musica. Ama fare lunghe passeggiate immerso nella natura.

Lascia un commento