Cogliendo l’occasione dell’uscita del primo numero del manga Episode G – Requiem, mi sono accorto di una cosa: nella pletora di articoli che ho scritto negli ultimi tre anni non ho mai buttato giù nemmeno due righe su Saint Seiya.
Ma come!?
Proprio io che ho iniziato il mio percorso di attore sulla scorta dell’ispirazione suscitata dalle voci della serie storica; proprio io che tuttora continuo a seguire le opere del sensei Kurumada; proprio io, e la chiudo, che ho fatto i salti di gioia quando ho doppiato Loki nella miniserie Soul of Gold, non ho mai fatto un articolo sui Cavalieri dello Zodiaco!
Detto fatto.

Eccoci qui a parlare di Episode G, la serie che nei primi anni duemila segnò l’inizio del rilancio del mondo di Saint Seiya dopo un lungo periodo di silenzio, primo capitolo di una trilogia che andrà a concludersi proprio con la serie Requiem.
“Ho una lezione da dare a voi divinità. Il cosmo di coloro che vivono al massimo delle proprie forze brilla di grande splendore, a prescindere da ciò in cui credono… che sia una divinità o un ideale. Ma nessuno vive per lo stesso dio, gli uomini hanno il diritto di scegliere in cosa aver fede.”
Camus, cavaliere d’oro dell’Acquario
Il manga, scritto e disegnato da Megumu Okada sotto la supervisione di Kurumada (anche se nei crediti inizialmente il papà dei cavalieri è indicato come autore dei testi), fu un vero fulmine a ciel sereno. Di primo acchito la nuova veste grafica non piacque a molti fan storici e fu estremamente divisiva. Era uno stile molto distante da quello del manga e dell’anime originali, e nelle tavole di Okada a volte ci si perdeva per un senso di vertigine forzata, in cui i visi di alcuni noti personaggi risultavano difficilmente riconoscibili. Ma la cura dei dettagli e la qualità sopraffina delle tavole fece ben presto nuovi proseliti (in primis il sottoscritto). Le figure efebiche, quasi esasperate dei personaggi non sacrificavano la loro espressività nei momenti più intensi, e il livello di maniacalità nella realizzazione delle armature, lo splendido uso delle nuove tecnologie per creare effetti stupefacenti e l’impostazione ardita delle inquadrature ne fecero una vera esperienza cinematografica.

Leggere il manga di Episode G lasciava l’impressione di ammirare dei fotogrammi presi da un immaginario film d’animazione, tra i più spettacolari che mai fossero stati realizzati. E pur nell’abuso delle splash pages, inserite a ogni piè sospinto e a volte distribuite addirittura su quattro (!) pagine (con un’impaginazione classica che, inevitabilmente, le spezzava rovinandone la resa), è facile ancora oggi passare minuti in contemplazione delle composizioni più complesse e ricche.
Questa rivisitazione in chiave moderna di luoghi, personaggi e miti di una serie storica acchiappò parecchio nuovi e vecchi lettori, affamati di nuove avventure dei cavalieri. Almeno all’inizio…

La storia è più o meno rispettosa dei canoni di Saint Seiya: c’è una divinità malvagia che sta per rinascere, Crono, c’è una schiera di nemici potentissimi, gli undici titani che ai tempi del mito combatterono contro gli dei dell’Olimpo, e un oscuro manipolatore che tesse le fila di questa nuova titanomachia, Ponto, divinità ancestrale, fratello addirittura di Urano. I piani di Ponto, che orchestra la battaglia tra i cavalieri di Atena e i titani, si riveleranno pian piano, con il prosieguo della vicenda.
L’azione si svolge sei anni dopo la morte di Aiolos (Micene) e sette prima della serie classica. Protagonista assoluto (anche troppo, a dire il vero) è Aiolia, giovane cavaliere del leone, che tenta in tutti i modi di superare sia il dolore per la scomparsa dell’amato fratello, sia l’astio che prova nei confronti degli altri cavalieri d’oro e del Santuario, responsabili della morte di Aiolos. Per dimostrare di essere degno della fiducia di Atena e di non meritare le ingiurie che spesso gli vengono rivolte in quanto fratello di un “traditore”, Aiolia si getta con tutte le sue forze contro ogni ostacolo, facendo sfoggio di quel sangue bruciante che ribolle di passione che è uno dei tratti distintivi del cosiddetto “kurumadismo”.

A differenza di altri spin off di Saint Seiya, infatti, in Episode G c’è tutto il fervore tipico delle opere di Kurumada, potenziato all’ennesima potenza, forse addirittura ricalcato in modo eccessivamente pedante. Numero dopo numero, i cavalieri d’oro di Atena protagonisti di questo manga (dove la G del titolo sta per l’appunto per Gold) danno fondo al loro cosmo e si spingono oltre i loro limiti per compiere miracoli su miracoli, in una poetica letteraria che richiama – per fare un parallelismo con un altro autore dagli stilemi ben definiti – la risolutezza e l’abilità strategica dei protagonisti di Hiroiko Haraki, l’autore de Le bizzarre avventure di JoJo.
E mai come in Episode G i combattimenti tra cavalieri d’oro e titani sono basati non solo sul cosmo, ma anche sulla tattica, sull’analizzare le tecniche avversarie e trovarne i punti deboli, in un gioco strategico di maggior spessore rispetto ai classici scontri di Saint Seiya. Un approccio alla lotta appassionante, che serve anche a compensare a tratti l’esiguità della storia in sé, riempita fino all’inverosimile di combattimenti che definire spettacolari è riduttivo (con i titani che si dimostrano nemici in grado addirittura di evocare interi pianeti e di sacrificare le popolazioni che li abitano al solo scopo di usarli come arma).

Se si esclude il finale, infatti, le coordinate della trama sono grossomodo prevedibili, ma non meno incalzanti e appassionanti, anche solo per il gusto di assistere al prossimo combattimento esagerato e alle nuove, inedite interazioni tra personaggi già noti, che rivelano alcuni retroscena e altre sfaccettature della loro personalità (Saga e Shura su tutti). Del resto, proprio nel solco della tradizione dei manga di Kurumada, al di là dei singoli colpi di scena che si susseguono in un effetto di accumulo, il punto di forza di queste storie risiede nella capacità di tenere incollati i lettori alle pagine attraverso una sorta di ritualità.
Un po’ come nella cerimonia del tè giapponese. Un rito in cui ad ogni gesto, ad ogni posizione, corrisponde un significato preciso; un evento che si ripete sempre uguale a se stesso eppure sempre diverso, riscoperto nella sua genuinità ogni volta che viene portato a compimento. Un rito ricco di tradizioni che ha valore in base all’importanza che gli attribuiscono coloro che sono invitati a condurlo o a presenziarvi.

Ciò nonostante, in Episode G, di spunti innovativi all’epoca ce ne furono eccome: non solo nell’ardito approccio visivo, o nella scelta di mettere i cavalieri d’oro al centro della vicenda, o nell’aggiungere avventure che contemplano creature mitologiche e personaggi (come il Minotauro e Ettore di Troia) resuscitati dal cosmo dei titani direttamente dall’epoca delle leggende; ma, soprattutto, nel mostrare l’altra faccia della medaglia. Vale a dire la condizione di oppressione e di disperazione cui furono sottoposti per millenni i titani e il popolo dei loro fedeli seguaci, che li seguirono nell’esilio dopo aver perso l’antica guerra con Zeus.
Assistere a scene di soldati nemici – la tipica “carne da macello”, di solito falciata in massa a suon di colpi segreti – che abbracciano mogli e figli mentre si armano, pronti ad andare incontro a una guerra che essi vedono come giusta perché finalizzata a restituire dignità e speranza alle loro vite, aggiunge uno spessore inedito a Saint Seiya; tanto che lo stesso Aiolia, a un certo punto, si offre di farsi portavoce dei nemici per poter scongiurare una guerra totale, al fine di raggiungere una convivenza pacifica. Tutto questo senza che Episode G snaturi lo spirito originale dell’opera di cui tanti di noi si sono innamorati.

E a proposito di snaturare o meno un’opera, un plauso particolare va al curatore Gianluca Bevere, fautore di un adattamento improntato su un linguaggio aulico che, in questo caso, corrisponde al registro originale del manga, e non risulta una manipolazione forzata (seppur meravigliosa) come fu per il doppiaggio storico del cartone ai tempi.
Strepitose scelte lessicali, che rendono finalmente giustizia alla ricchezza della lingua italiana e che caratterizzano un’edizione che, grazie al cielo, oltre alla fedeltà rispetto all’originale e a un approccio sensato nella scelta di quali termini tradurre e quali lasciare inalterati, rinuncia alla restituzione pedissequa di ogni singola terminologia “tecnica” (come cloth o saint) a favore di una maggiore discorsività ed estetica della lingua di arrivo.
Sì, perché una buona traduzione non è mai una traduzione letterale, e infarcire l’italiano di un’infinità di termini “alieni” rischia di svuotarla di senso e renderla molto meno efficace nella resa di quanto si possa pensare. Qui ci sono delle frasi di senso compiuto, non una sequela di “adesivi” appartenenti ad altri idiomi e appiccicati su frasi scritte in un italiano mediocre e basico. Un lavoro certosino e coraggioso, che trova la sua massima difesa proprio nelle pagine della posta del numero 6 ad opera dello stesso Gianluca Bevere, in una eloquente risposta alle domande dei lettori. Chapeau, quindi.

Con Episode G, al netto di un’eccessiva ripetitività (specialmente nella seconda parte), di un livello non sempre costante dei disegni e di un finale inaspettatamente aperto (cosa che però troverà un senso con le saghe successive, Assassin e Requiem), Okada ci fa compiere un viaggio adrenalinico in un vortice di mitologia greca, tra effetti speciali mirabolanti e approfondimenti psicologici di quei personaggi, i cavalieri d’oro, che nel tempo hanno oscurato persino i canonici protagonisti della saga in quanto a popolarità.
Un manga perfettamente imperfetto, che a parere di chi scrive rimane tuttora il miglior spin off dei Cavalieri dello Zodiaco. Il tema dello scontro tra uomini e dei assurge qui a vette di inusitata intensità fisica e filosofica da parte di entrambi gli schieramenti, in una battaglia ideologica che ricorda per certi versi il tema di uomini vs divinità tanto caro al mitico David Defeis della band Virgin Steele.
Un’iniezione di adrenalina, alti ideali e cultura classica.
Tutto quello che da sempre dovrebbe essere Saint Seiya.
Alla prossima!
“Credi forse che né gli dei dell’Olimpo, i quali sin dai tempi del mito relegarono innumerevoli vite nell’Ade privandole del futuro sì da poter dominare per l’eternità il paradiso, né voi, che vivete senza prestare orecchio alle grida sommerse nelle tenebre della storia, siate nel torto? L’arroganza degli umani supera quella degli dei!”
Iperione, il titano scuro

Alcune scan sono state prese dall’ottimo sito www.icavalieridellozodiaco.net