Atlante dei luoghi misteriosi dell’antichità

Titolo: “Atlante dei luoghi misteriosi dell’antichità”

Autori: Francesco Bongiorni e Massimo Polidoro

Editore: Bompiani

Genere: saggio illustrato

Pagine: 160

Prezzo: 25 Euro

Sinossi

Proviamo solo a immaginare quali devono essere state l’emozione e la gioia. Il giovanissimo orientalista Johann Ludwig Burckhardt, travestito da arabo, accompagnato da beduini diffidenti che lo ritengono un mago infedele, si avventura nel deserto giordano finché si imbatte in una gola angusta, quasi buia. Il silenzio è palpabile, il rischio assoluto. Ma, all’improvviso, dalle rocce e dall’oblio dei secoli, riemerge la ricca e raffinata città dei Nabatei, la favolosa Petra, che ormai si pensava essere solo un luogo della fantasia. Ecco, in questo volume che raccoglie le più belle storie intorno ai misteri dei tempi antichi di tutti i continenti, Francesco Bongiorni e Massimo Polidoro restituiscono l’irripetibile emozione della scoperta e la gioia incontenibile di una scommessa vinta quasi sempre contro ogni buon senso. Scoprendo così che a inseguire miraggi e leggende apparentemente inconsistenti si finisce spesso con il ritrovare testimonianze e tesori concretissimi, ma soprattutto la ricompensa a domande che ciascuno di noi porta dentro di sé e che costituiscono il nostro mistero più antico e insondabile.

Commento

Nella bella collana di Bompiani dedicata agli atlanti, rientra il qui presente volume incentrato sui siti archeologici (ma anche su vicende e civiltà) più affascinanti e, come da titolo, misteriosi della storia del nostro pianeta. Luoghi e accadimenti che, nei secoli, hanno dato adito ad ardite speculazioni su continenti perduti, divinità oscure e visitatori extraterrestri, e che sono entrati a fare parte dell’immaginario comune, ispirando addirittura scrittori come Lovecraft (come nel caso dei resoconti dell’esploratore americano John Lloyd Stephens, quando descrisse nel 1841 il ritrovamento delle rovine della metropoli perduta di Copàn, in Honduras).

Solo negli ultimi decenni ricerche condotte con maggior rigore scientifico hanno consentito agli studiosi di sollevare, a volte solo in parte, il velo enigmatico che avvolge alcuni di questi siti. E la cosa più interessante di questo atlante, al di là dei nomi più noti, è proprio il presentare storie che ai più, me per primo, potrebbero giungere completamente sconosciute. Se, infatti, nell’atlante si parla delle celeberrime sette meraviglie del mondo antico, delle teste dell’isola di Pasqua, di oggetti arcinoti come il meccanismo di Anticitera o i manoscritti del Mar Morto, a fianco di questi si trovano luoghi e reperti molto meno famosi, da ogni angolo del globo.

Lungi dal citarli uno per uno, in questo articolo mi limiterò a segnalare alcuni di quelli che mi hanno più colpito, per fascino o stravaganza. E partirei dal sito che, forse più di tutti, rappresenta il paradigma di un mito e di una ritualità perduta che si mostrano oggi in una nuova forma grazie ai moderni strumenti di indagine: il cancello di Plutone.

©Francesco Bongiorni

Nell’antica città di Hierapolis, nell’odierna Turchia, si trovava un luogo di culto dedicato al dio degli inferi; in esso sacerdoti conducevano animali, in particolare tori, oltre un cancello. Lì, tra gli sguardi dei pellegrini giunti in visita e assisi su gradinate come veri e propri spettatori, le bestie presto si accasciavano al suolo prive di vita. I sacerdoti erano gli unici in grado di entrare nel luogo sacro ed uscirne indenni: probabilmente perché, al di là degli elementi rituali, trattenevano il respiro per tutto il tempo. Si diceva infatti che a far morire chiunque varcasse la soglia fosse il fiato di Plutone, che proveniva direttamente dall’Ade. Del Plutonium, di cui aveva parlato il filosofo greco Strabone, si persero lungamente le tracce (per ben duemila anni), anche a causa del fatto che iconoclasti cristiani demolirono il cancello nel VI secolo; finché, nel 2011, una spedizione di archeologi guidati dal professor Francesco D’Andria si accorse che gli uccelli che volavano troppo vicino all’ingresso di una grotta cadevano a terra. L’antro era decorato con fregi dedicati a Plutone, perciò l’associazione fu immediata. Attraverso rilevamenti effettuati con strumentazioni odierne, si scoprì che in quel punto la concentrazione dell’anidride carbonica raggiunge addirittura il 91% ed è in grado di uccidere chiunque vi si addentri. Il respiro di Plutone, letale a livello del suolo e capace di provocare allucinazioni se inalato ad altezze maggiori (come probabilmente facevano i sacerdoti antichi) era, in sostanza, CO₂. Mortale oggi come allora.

©Francesco Bongiorni

Per chi, come il sottoscritto, conosce poco il Messico e il suo passato storico e mitologico, ci sono poi capitoli interessanti che aprono piccole finestre su storie e siti archeologici straordinariamente intriganti: come, ad esempio, Joya de Ceren, la “Pompei” di El Salvador. Il villaggio, riscoperto solo nel 1978, fu sepolto nel VI sec. d.C. sotto le ceneri di un’eruzione vulcanica e si tratta di una vera e propria capsula del tempo che consente di avere una fotografia della vita quotidiana del popolo Maya, in particolar modo della gente comune, con tanto di cibo giunto intatto fino a noi, conservato all’interno di vasi. O ancora, la cosiddetta tomba “dell’astronauta” a Palenque, un sarcofago con sopra incisa una raffigurazione che alcuni hanno considerato una delle più lampanti evidenze dei passati contatti della civiltà maya con visitatori giunti da altri mondi, nel solco della tradizione della paleo astronautica. L’immagine in questione, secondo costoro, rappresenterebbe un astronauta seduto su una sorta di razzo, con tanto di strumentazione futuristica. Una più attenta analisi, alla luce di un contesto più “archeologicamente” corretto e attendibile, ha invece chiarito come si tratti della rappresentazione simbolica del trapasso di un re maya dal nostro mondo all’aldilà, attraverso la simbologia del quetzal e della pianta di mais (il loro sacro Albero della vita); cosa che, tra l’altro, ha aiutato a comprendere come le piramidi maya fossero non solo luoghi di culto ma anche veri e propri monumenti funebri.

Sempre riguardo all’America Centrale, l’atlante affronta l’annosa questione dei nativi e dei conquistadores, attraverso siti quali la città maya di Tenochtitlan (nella quale vennero trovate prove e testimonianze sconvolgenti di sacrifici umani) e la città indiana dei tumuli di Cahokia (misteriosamente abbandonata intorno al 1350). Nel primo caso, gli spagnoli furono impressionati dagli tzompantli, strutture di pali di legno in cui venivano infisse decine e decine di teschi delle vittime sacrificali; e a lungo, visto la “malafede” dei conquistadores, si pensò che tali descrizioni risalenti al 1500 fossero in realtà delle esagerazioni con finalità propagandistiche, prima che tracce degli tzompantli fossero davvero rinvenute nell’odierna Città del Messico, edificata sopra le rovine di Tenochtitlan. Nel secondo caso, invece, la presenza di immensi tumuli riuniti nella città di Cahokia fece supporre l’esistenza di un’antica civiltà scomparsa (polinesiana, norvegese o addirittura atlantidea), considerata l’unica spiegazione possibile per l’esistenza di simili strutture elaborate e stanziali in territori che loro, gli europei, vedevano ora dominati da popoli selvaggi e nomadi come gli indiani, i quali che dovevano evidentemente aver aggredito e scacciato quella razza superiore antecedente il loro arrivo. Speculazioni portate avanti, anche queste, con il più o meno inconscio scopo di giustificare gli stermini che i conquistadores stavano sistematicamente perpetrando ai danni di quelle stesse popolazioni “selvagge”. Speculazioni smentite verso la fine dell’800, quando si comprese che quei tumuli erano stati edificati proprio dagli antenati degli indiani d’America, vale a dire da coloro che oggi sono conosciuti come parte della Cultura del Mississippi.

©Francesco Bongiorni

Tante ancora sarebbero le vicende da menzionare, come la presunta “maledizione” della tomba di Tutankhamon, che avrebbe condannato a morte in brevissimo tempo tutti coloro che avevano avuto parte nella profanazione del sepolcro. In realtà di morti sospette non ce ne furono, perché i decessi avvennero anche a distanza di diversi decenni dal ritrovamento mentre, al contrario, il finanziatore degli scavi era morto già un anno prima che il sarcofago venisse aperto da Howard Carter. Oggi si presume che la leggenda sia stata inventata di sana pianta dallo stesso Carter per scoraggiare l’enorme afflusso di pubblico, proveniente da tutto il mondo, che stava affollando il sito archeologico all’epoca della sua apertura. Come che stiano le cose, la leggenda della maledizione ha di fatto consentito al faraone d’Egitto di raggiungere, in qualche misura, quell’immortalità cui aspirava.

Vi sono invece misteri tuttora irrisolti, come le tremila gigantesche giare della piana Laos, o la sparizione dell’armata di Cambise: il re persiano che tentò di conquistare l’Egitto nel V secolo a.C. L’armata raggiunse la città di Oasi, nel deserto, ma una volta ripartita da lì sparì nel nulla, probabilmente inghiottita dal Khamsin, una vera e propria tempesta di sabbia. Nel 2000 sono stati ritrovati dai fratelli Castiglioni diversi reperti appartenenti a soldati persiani, ma non si può sapere con certezza se appartenessero a quella specifica spedizione. O ancora i resti del tempio sepolto sotto la collina di Göbekli Tepe, in Anatolia, che la datazione al radiocarbonio fa risalire addirittura al 9500 a.C., rendendoli di fatto la testimonianza del più antico tempio dell’umanità. Un tempio che, per di più, in base ai ritrovamenti di ossa di animali selvatici sembrerebbe sovvertire l’ordine di priorità in base al quale l’uomo si sarebbe organizzato in centri abitati stanziali: vale a dire che prima sarebbero nate esigenze di tipo culturale e religioso, anticipando lo sviluppo dell’agricoltura, e solo in un secondo tempo esigenze legate al fabbisogno alimentare.

©Francesco Bongiorni

Diviso per continenti, l’atlante dei luoghi misteriosi dell’antichità è costellato di aneddoti, suggestioni, esagerazioni di cronisti antichi (ad esempio Erodoto che, parlando dell’India, raccontava vi vivessero “formiche di dimensioni superiori a quelle delle volpi”) e creature mostruose come Mokele Mbembe, un dinosauro sauropode che sarebbe stato ancora vivo in epoca moderna in Congo, e di cui si cominciò a parlare, guarda caso, proprio nel periodo in cui in tutto il mondo comparivano le prime mostre museali dedicate ai dinosauri. È interessante notare come, spesso, le leggende nascano in concomitanza con specifici eventi storici; allo stesso modo fa effetto approfittare del “privilegio” di cui godiamo oggi nel poter analizzare con occhi diversi certe storie, alla luce dell’avanzare degli strumenti scientifici e delle scoperte archeologiche che si sono succedute nel tempo. Inevitabili, inoltre, i numerosi riferimenti ai continenti perduti di Atlantide e di Mu, citati più volte e nelle occasioni più disparate. Una su tutte: il ritrovamento del “monumento” di Yonagumi a Yonagumi Jima, al largo del Giappone. Si tratta di un particolare ammasso roccioso sul fondo del mare, la cui forma eccezionalmente geometrica ha fatto pensare al geologo marino Masaaki Kimura di aver trovato una porzione di un complesso di edifici molto più ampio costruito circa tremila anni fa: nientemeno che una prova dell’esistenza di Mu. Esistono ovviamente numerosi pareri autorevoli discordanti, che ritengono invece l’ammasso roccioso una formazione naturale e non opera dell’uomo.

©Francesco Bongiorni

Molti di questi articoli/racconti sono affiancati dai bei dipinti di Bongiorni, che sono stati anche esposti in una mostra a Milano, dal titolo “Forme per contemplare l’inenarrabile”. Il tratto è semplice, essenziale, i colori intensi e d’atmosfera. Spesso i dipinti sono caratterizzati da un effetto pioggia di luce che contribuisce a immergere il lettore in un mondo altro, un mondo in dissolvenza che pure risuona ancora vivido a distanza di millenni. Il lavoro dell’illustratore è senz’altro il valore aggiunto del libro, perché non solo lo impreziosisce, ma lo definisce anche nell’umore e nell’animo, e contribuisce a lasciare impresse le varie storie.

Per quanto riguarda i testi, invece, l’atlante non risulta pedante, anzi ha un taglio molto divulgativo e leggero, in pieno stile Polidoro. Un unico appunto potrebbe forse essere quello di averlo condito con un’ironia un po’ caustica che a tratti può risultare sgradita; ironia che in genere viene adottata da Polidoro come difesa per controbattere la marea di complottismo e faciloneria con cui vengono sostenute da certe persone, in genere in rete, le tesi più improbabili riguardo qualsiasi argomento. Ricordo infatti che Polidoro, oltre alla sua attività di divulgatore e di scrittore, è anche segretario nazionale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze). A ogni modo, questa specie di demistificazione non fa perdere fascino ai racconti contenuti nell’atlante, all’epos proveniente del nostro passato. In qualche modo razionalità e fantasia continuano a coesistere all’interno del libro, anche se magari l’elemento fantastico risulta in parte trasfigurato in una consapevolezza maggiore rispetto alle tantissime cose che ancora effettivamente non sappiamo sul nostro passato e che restano, tuttora, un vero mistero.

Alla prossima!

Come spesso accade, immaginare civiltà e “razze” superiori per qualche meraviglia dell’antichità, più che rivelare l’esistenza degli extraterrestri conferma una visione eurocentrica del mondo, al di fuori della quale non potevano esistere ingegneri, architetti o popoli altrettanto capaci.”

Massimo Polidoro

©Francesco Bongiorni

Pubblicato da Alessandro Zurla

Nato a Bologna nel 1982, Alessandro Zurla inizia a studiare recitazione nel 2002. Trasferitosi a Milano, da vent'anni occupa il tempo doppiando cartoni animati, telefilm, film e videogiochi (Dragon Ball Super, Alan Wake, Jeanne Du Barry, Hunger Games e tanti altri...), partecipando a progetti teatrali di varia natura e nutrendosi avidamente del fantastico in ogni sua forma. Ha collaborato come articolista sul sito hyperborea.live unendo la passione per la musica Heavy Metal con quella per la letteratura fantasy. Per PAV Edizioni pubblica il romanzo "Il Velo di Estia" nel 2023, per DelosDigital pubblica l'e-book "Le Cronache del Lupo" nel 2021, cui è seguito "Le cronache della Tigre" nel 2024. Dal 2017 collabora con il musicista Michele Bacci nel progetto Dantemotivo, uno spettacolo che trasporta l'Inferno di Dante nel mondo cinematografico attraverso voci e musica. Ama fare lunghe passeggiate immerso nella natura.

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