Huntress – Spell Eater

Stregoneria in musica!

Tra l’infinità di progetti e gruppi dalle alterne fortune, la storia degli americani Huntress rientra in quelle che, purtroppo, si sono concluse anzitempo… e nel modo peggiore.

La band, nata dall’incontro dei musicisti Blake Meahl e Ian Alden (chitarre), Eric Harris (basso), e Carl Wierzbicky (batteria) con la cantante e dj (ai tempi) Jill Janus, nell’arco di pochi anni ha dato alla luce tre album di metal “classico”, imbastardito con sporcature derivanti da generi più estremi come il black e il thrash, creando un connubio cupo e avvincente che ben si sposa con le atmosfere e le tematiche di ispirazione dark fantasy che caratterizzano le canzoni.

Tante le allegorie, tante le suggestioni e le influenze; su tutte è rintracciabile un ideale estetico che, senza rifarsi specificatamente a opere già esistenti, attinge a piene mani dal lato più stregonesco dell’immaginario, spaziando dai tarocchi, alle incantatrici fino alle pulsioni più oscure dell’animo umano, a volte ricorrendo a cliché o a immagini di occultismo a effetto, senza però risultare mai eccessivamente pacchiano e conservando, di fatto, una piccola dose di ironia accompagnata da un approccio alla musica molto crudo e privo degli orpelli e delle orchestrazioni posticce tanto in voga negli ultimi anni.

Al di là della buona, a volte ottima, bontà dei pezzi e della perizia dei musicisti, è però innegabile che l’elemento centrale degli Huntress sia stata proprio la frontwoman: Jill Janus. Al punto che, in una certa misura, la sua presenza ha dato sì una maggiore notorietà al gruppo, ma al tempo stesso ha forse relegato in secondo piano la qualità della proposta musicale.

A partire dal nome stesso della band, la cacciatrice impersona in tutto e per tutto un personaggio uscito dalle penne dei migliori autori Sword & Sorcery; non solo per quanto riguarda il suo aspetto fisico (del resto difficile da far passare inosservato) ma anche per l’utilizzo sulfureo e sopra le righe della voce. Partita da un’impostazione operistica studiata in giovane età, la voce di Jill è capace di spaziare dagli screaming più esasperati a partiture altissime in voce piena, sempre graffianti e incisive, che spesso ignorano deliberatamente l’utilizzo del vibrato a favore di un approccio ancor più senza compromessi. Proprio la personalità e l’immediata riconoscibilità del suo timbro sono diventati, nel marasma delle innumerevoli altre band del settore, gli elementi maggiormente distintivi degli Huntress.

Ma oltre alla prorompente avvenenza di cui peraltro, almeno in sede di concerto, la cantante ha raramente “abusato” (per usare un’espressione impropria), e alle sue notevoli doti vocali, è da notare il suo spiccato senso di teatralità, al punto tale che Jill Janus è sempre stata in precario equilibrio tra personaggio creato e vissuto. Le battaglie personali che ha dovuto sostenere per tutta la vita sono state un elemento fondante non solo della sua esistenza ma, inevitabilmente, della sua produzione artistica. Come spesso capita, i demoni che perseguitano gli artisti vengono trasposti, elaborati e a volte – si spera – sublimati attraverso le opere che essi creano.

Questo si è rivelato tanto più vero nella breve carriera degli Huntress, specialmente nei testi dell’ultimo album, Static (e a tal proposito basterebbe buttare un occhio alle liriche di Mania). L’arco creativo della band, dipanatosi in soli tre album, denota un’evoluzione continua nel suo pur breve lasso di tempo. Il primo disco, quello di cui parliamo qui, è forse il migliore e rimane sicuramente il più aggressivo e corrosivo del lotto.

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Spell Eater è un piccolo tesoro di crudezza musicale in chiave Sword & Sorcery, che consiglio a tutti gli appassionati del genere di recuperare. La carica dei musicisti, la semplicità e al tempo stesso l’efficacia della scrittura dei pezzi e, soprattutto, la teatralità estrema di Jill Janus marchiano a fuoco ogni singola canzone.

La materia è canonica, eppure l’approccio risulta in alcuni passaggi abbastanza originale, supportato da una produzione minimale che enfatizza la sensazione di ascoltare a tutti gli effetti una band di ragazzi che suonano, e non un insieme di campionamenti di suoni iperpompati e di tracce assemblate in fase di post produzione.

Nella canzone eponima, Spell Eater, si scovano rimandi non solo alle sonorità del black metal ma addirittura, in coda, alle soluzioni vocali della grande Diamanda Galas. L’effetto “strega” e le atmosfere mesmerizzanti centrano in pieno l’estetica di un certo modo di intendere il fantastico. Forse, a essere generosi, persino gli evidenti limiti del relativo video promozionale (con ambientazione ben poco fantasy) contribuiscono ad accostare il tutto a un certo tipo di produzioni di ottantiana memoria.

Inoltre la stessa Jill, con un pizzico di senso per gli affari e di genuina eccentricità, si è sempre presentata come un’entità a cavallo tra il mondo concreto dello show business e la sua realtà privata, fatta di amore per il paganesimo, la stregoneria e l’indipendenza creativa.

Da un’intervista su Loud Wire: “Stavo camminando con il mio cane quando, tutto a un tratto, ogni cosa è diventata silenziosa eccetto per quel ronzio nelle orecchie, sai, quando pensi di star diventando sordo. Tutto è divenuto silente e la mia bocca si è aperta e ho detto semplicemente “Spell Eater”. Non so da dove sia venuto fuori, ma spesso mi sento come se i testi mi venissero sparati con un raggio da un altro regno.” (Tema, quello dell’infusione/ispirazione soprannaturale, affrontato nella bellissima canzone Receiver dell’album successivo Starbound Beast).

Tornando al disco in questione, canzoni come Senicide, Sleep and Death e, più avanti in scaletta, Terror sono delle vere e proprie rasoiate, veloci e cattive. Il tema della morte violenta, evocato attraverso una narrazione che oscilla tra la fiaba oscura e il racconto in prima persona di personaggi da incubo è semplice ma efficace e ben si sposa con il lato strumentale più aggressivo. A questo riguardo è giusto evidenziare la buona prova di tutti i musicisti, dalla sezione ritmica alle chitarre (che miglioreranno, specialmente in fase solistica, nell’album seguente). La collocazione atemporale e priva di spazio rende ogni pezzo a sé stante eppure parte di un tutto organico ed evocativo. Su Sleep and Death, a tratti, sembra quasi di vagare in una cupa versione delle suggestioni oniriche di Lord Dunsany, mentre in Terror siamo in piena battaglia, testimoni e forse vittime di una distruzione barbara perpetrata in una notte di fiamme per bocca della stessa Jill, qui particolarmente viscerale e isterica nelle sue grida belluine.

A queste canzoni si alternano episodi meno spinti, dove sono creature o posti da sogno a farla da padrone, con suggestioni poetiche apparentemente inaspettate in un contesto così ruvido e cupo; ma del resto proprio in questa duplicità risiede il fascino dell’immaginario Sword & Sorcery.

In Snow Witch, nei gelidi mari del nord, il corpo e l’anima di un naufrago vengono accolti e curati dalla strega delle nevi. I due si congiungono nelle buie notti artiche e l’uomo si innamora della creatura spettrale, ma non può portarla via con sé. Una volta guarito è costretto a salpare nuovamente, da solo, mentre la strega piange distogliendo lo sguardo dall’aurora del nord.

In The Tower, canzone conclusiva dell’album se si esclude la validissima traccia bonus The Dark, la torre del titolo è un luogo mistico e fisico a un tempo che racchiude dentro di sé gli sciocchi, coloro che seguono le falsità e sono destinati ad essere distrutti dalla verità. La scienza della guerra, le evocazioni di un dio capra… le allegorie sono fumose e servono più che altro a intessere un arazzo fascinoso, non necessariamente subordinato alla ricerca di simbolismi specifici, ma che pur offre qualche spunto per chi volesse addentrarsi, al di là della resa estetica, in un’analisi più approfondita del tutto (anche se, a parere di chi scrive, in questo caso di superflua utilità).

Discorso a parte merita invece il cavallo di battaglia del disco, quella Eight of Swords che, oltre a essere forse il pezzo più noto del gruppo, si distingue non solo per un’impostazione musicale più vicina al metal classico di Iron Maiden e Judas Priest, magari condita con un pizzico di cattiveria in più, ma per una simbologia in questo caso molto più evidente e di immediata comprensione, se si fa un minimo di ricerca. La carta dell’otto di spade infatti, nei tarocchi, rappresenta una donna circondata da una gabbia di spade, a indicare le limitazioni che ci autoimponiamo. Una gabbia creata da noi stessi, dalla nostra psiche, e all’interno della quale ci sentiamo in qualche modo confortati. Al contempo l’otto di spade indica la necessità e la volontà di rompere questa gabbia, di liberarci delle pressioni esterne o interne, a costo di passare per eretici. Il video della canzone rispecchia in toto il tema, tanto vicino alla stessa Jill Janus.

È triste infatti, oggi, associare questa canzone e il suo significato al destino della cantante. Affetta fin dall’adolescenza da disturbi mentali quali il bipolarismo e la schizofrenia, e dopo aver superato anche altri gravi problemi di salute fisica, Jill si è tolta la vita il 14 agosto del 2018. A darne comunicazione è stato il suo compagno – sul palco e nel privato – Blake Meahl, chitarrista e fondatore del gruppo.

Degli Huntress, oggi, rimangono la musica e alcune performance dal vivo immortalate in video non professionali; non è molto rispetto alla perdita, ma è un modo per mantenere viva l’eredità di un’artista appassionata di ciò che faceva e che ha condiviso con il resto del mondo qualcosa di creativo a discapito dei demoni che la intrappolavano.

Attualmente non ho un lavoro regolare. Ne avevo uno in realtà, facevo la DJ e basta… Una volta che ho deciso di concentrarmi sugli Huntress e di renderli la mia unica ambizione, è stato a quel punto che ho iniziato ad avere successo. Al momento non ho un soldo, ma non sono mai stata più felice. Una volta che scegli il tuo obiettivo e vivi solo per quello, è a quel punto che trovi il successo, e per me al momento gli Huntress sono questo.” (potete trovare l’intera intervista qui: https://loudwire.com/huntress-jill-janus-talks-spell-eater-witchcraft-more/ )

Alla prossima!

Pubblicato da Alessandro Zurla

Nato a Bologna nel 1982, Alessandro Zurla inizia a studiare recitazione nel 2002. Trasferitosi a Milano, da vent'anni occupa il tempo doppiando cartoni animati, telefilm, film e videogiochi (Dragon Ball Super, Alan Wake, Jeanne Du Barry, Hunger Games e tanti altri...), partecipando a progetti teatrali di varia natura e nutrendosi avidamente del fantastico in ogni sua forma. Ha collaborato come articolista sul sito hyperborea.live unendo la passione per la musica Heavy Metal con quella per la letteratura fantasy. Per PAV Edizioni pubblica il romanzo "Il Velo di Estia" nel 2023, per DelosDigital pubblica l'e-book "Le Cronache del Lupo" nel 2021, cui è seguito "Le cronache della Tigre" nel 2024. Dal 2017 collabora con il musicista Michele Bacci nel progetto Dantemotivo, uno spettacolo che trasporta l'Inferno di Dante nel mondo cinematografico attraverso voci e musica. Ama fare lunghe passeggiate immerso nella natura.

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